Stanley Kubrick
Stanley Kubrick nasce nel quartiere Newyorkese del Bronx il 26 Luglio del 1928, da Jacob Leonard Kubrick (1901) e Sadie Gertrude Perveler (1903). Il giovane Stanley manifesta già all’età di 13 anni molti interessi come la musica Jazz, gli scacchi e la fotografia in particolare. Viene notato dalla rivista “Look” che gli compra una foto per 25 dollari e per la quale lavorerà già all’età di 16 anni. Look assume Kubrick come fotografo a contratto. A soli 17 anni, è il più giovane fotoreporter della rivista. Durante i quattro anni di lavoro a Look, Kubrick verrà inviato in tutti gli Stati Uniti e all'estero come reporter e seguirà eventi di costume, cultura, sport e attualità. Dopo essere rientrato alla scuola pubblica per chiudere l'anno, Stanley Kubrick si iscrive alla William Howard Taft High School, dove ancora non brilla come studente. Nelle future interviste criticherà il sistema scolastico: basato interamente sulla paura di prendere cattivi voti o di fallire nel conseguire traguardi, avrebbe ottenuto maggiori risultati dagli studenti se i professori fossero stati in grado di suscitare il loro interesse. Invece che a studiare, Kubrick passa la maggior parte del suo tempo al cinema Loew's Paradise e al RKO Fordham Theatre, dove vede ogni film che gli capita sotto mano. Nel 1959 Douglas gli offre la regia di Spartacus, dopo aver licenziato Anthony Mann, con cui aveva avuto parecchi contrasti sul set. L'esperienza di Spartacus non si rivela positiva, soprattutto perché Kubrick non si trova a suo agio senza avere il completo controllo di tutte le fasi di produzione e non vive serenamente il rapporto con Douglas, che oltre ad essere l'interprete principale del film ne è anche il produttore. Nonostante questo, il film rimane notevole nel suo genere (è in quel momento il film più costoso della storia del cinema), ottiene grande successo, almeno per quanto riguarda il botteghino, e viene premiato con quattro Oscar. Dopo questo film, Kubrick si trasferisce definitivamente in Inghilterra e si rende conto di poter creare a pieno titolo soltanto progetti di cui ha il completo controllo.
Il tema ricorrente in tutti i suoi film è la Crisi della ragione : Kubrick riflette e narra, fotografa e mette in scena l’irriducibilità della violenza al controllo razionale, vuole fissare il momento preciso in cui si sgretola una situazione armoniosa e di equilibrio nella vita di tutti i giorni. La ragione occidentale pensa , come il pensiero del filosofo idealista Hegel, di poter racchiudere l’intera realtà in una precisa e ordinata struttura razionale. Kubrick, influenzato dalla filosofia di Nietzsche e dalle teorie di Freud e Jung, rifiuta questa sistematicità e credendo nei fantasmi dell’inconscio e sul non senso della maggior parte della nostre azioni. L’uomo affronta una crisi sul controllo della propria identità, sulla dicotomia della nostra anima, sulla violenza spesso originata dalla sessualità, affronta la crisi sul controllo dello spazio e del tempo ( rappresentato nei suoi film dai labirinti, dai corridoi…).
Arancia Meccanica è sicuramente il film che preferisco tra la filmografia di Stanley Kubrick. Ha un impatto devastante sullo spettatore ed è incredibile quanto riusciamo a immedesimarci con il protagonista Alex in qualsiasi sua azione.
Tra tutte le scene del film ho trovato particolarmente agghiacciante ma allo stesso tempo sensazionale la scena dell’irruzione in casa dello scrittore Alexander e di sua moglie da parte dei quattro “drughi”. Qui è evidente come Stanley abbia voluto fissare l’istante dell’irruzione dell’irrazionalità nell’ordine: una casa ordinata e moderna, confortevole e calda, viene assalita da quattro teppisti in maschera che compieranno un atto orribile di violenza visiva sullo scrittore costretto ad assistere impotente allo stupro di sua moglie. Il fatto più inquietante è che questa violenza è mostrata come se fosse uno spettacolo teatrale, come una pantomima romana, un balletto. Lo stupro di lei e la sevizia di lui sono compiuti mentre il protagonista canticchia Singin’ in the Rain , ed è incredibile quanto un fatto così orribile sembri quasi una rappresentazione teatrale per via della canzone e dei loro costumi. Ha inoltre avuto su di me un impatto forte il contrasto visivo tra vittima e carnefice : come afferma lo stesso Sofsky, il protagonista dell’eccesso è come se fosse dominato da una gioia maligna che lo libera totalmente dai sensi e dalla coscienza. La sua energia vitalistica e il suo furore lo fanno sentire leggero e illimitato e sente realizzarsi la primitva aspirazione dell’uomo: la libertà assoluta, il ritorno al paradiso. Un paradiso della crudeltà appunto, proprio perché la vittima nel frattempo si sente all’inferno.
Jacopo Baieri VE



Nessun commento:
Posta un commento